Visitare il Nepal in due settimane con un viaggio “fai da te”

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La decisione di visitare il Nepal ci ha colto un po’ di sorpresa. Abbiamo visto andare in fumo il progetto di andare in vacanza a Cuba con amici – poi ridotto a Minorca e arenatosi infine in Grecia – e, giunti ormai a maggio inoltrato senza avere una meta, ci siamo accorti che l’opportunità di fare un viaggio come si deve era sfumata.

Quando io e la mia ragazza abbiamo deciso di posticipare le ferie a ottobre, non avevamo la più pallida idea di dove andare. Sapevamo solo una cosa: avevamo bisogno di premiarci dopo un anno a dir poco impegnativo, sia emotivamente che fisicamente.

È stato il Nepal a scegliere noi: dopo aver scartato alcune mete, ho alzato gli occhi verso il muro, dove sono appese le maschere della mia collezione. Tra queste ce n’è una in particolare, proveniente proprio da là, ricordo del viaggio fatto da mio padre nell’82.

Dopo meno di cinque minuti di dibattito, stavamo guardando i voli: la nostra avventura era già iniziata, e ancora non lo sapevamo.

Organizzare un viaggio da quelle parti non è semplicissimo, soprattutto per la logistica. Le possibilità si riducono dunque a due: passare per un’agenzia di viaggi e rassegnarsi a far parte dell’ennesimo gregge di turisti pecora oppure armarsi di santa pazienza, disporre di almeno un mese di tempo e girare il paese con una programmazione minima, affrontando i problemi volta per volta.

Inutile dire che nessuna delle due opzioni fosse per noi accettabile: la prima si scontrava con la nostra attitudine vagabonda, la seconda richiedeva una disponibilità di tempo che non avevamo.

Grazie al cielo mi accompagno con una donna-pitbull, di quelle che non mollano mai la presa, e dopo qualche giorno si è presentata a casa con la soluzione. Esiste una piccola oasi a Bakhtapur, un hotel gestito da un italiano che è diventato il punto di riferimento per tutti i connazionali che – dotati di spirito di avventura e di necessità quotidiane da affrontare – desiderano visitare il Nepal.

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Il contatto con Francesco Sardano e il Planet Bakhtapur è avvenuto via mail, e in brevissimo tempo si è trasformato in uno scambio epistolare sopra le righe, per la simpatia e l’ironia delle sue risposte. Francesco – come aveva già fatto per i moltissimi altri italiani che popolano la sua pagina FB – ci ha aiutato a organizzare un viaggio incredibile, sollevandoci da tutti i problemi logistici difficili da affrontare per chi non conosca la realtà nepalese – primo fra tutti quello degli spostamenti tra una località e l’altra, a dir poco difficoltosi.

Non vi annoio con i dettagli, ma l’aiuto di Francesco è stato prezioso: ha organizzato con noi un itinerario completo, in grado di farci toccare con mano il Nepal nelle sue mille manifestazioni.

Visitare il Nepal fai da te: dritte e consigli per un tour di 2 settimane

I voli per arrivare a Kathmandu dall’Italia non sono molti. Noi abbiamo scelto la Oman Air, con partenza da Milano Malpensa e scalo a Mascate, in Oman. Prenotando qualche mese prima siamo riusciti a risparmiare un po’: il volo a/r (partenza 10 ottobre) ci è costato poco meno di 600 euro in un periodo di grande affluenza turistica: l’alta stagione va da ottobre a marzo, subito dopo i monsoni.

Abbiamo previsto 16 giorni di permanenza per il nostro tour, che si snoda dalla valle di Kathmandu fino al parco del Chitwan, ritorna alle falde dell’Annapurna per un trekking di 3 giorni e mezzo e si conclude a Kathmandu. Impossibile fare di più nello stesso numero di giorni includendo il trekking, esperienza che non volevamo perdere.

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All’arrivo a Kathmandu, svolte le formalità del visto (piuttosto snelle a dire il vero) abbiamo il primo incontro con il Nepal. È una sensazione piuttosto forte, perché è necessario attraversare il muro di abitudini che ci separa da loro. La prima impressione può scoraggiare, a partire dal traffico che definire caotico è riduttivo – chiunque abbia visitato il Cairo può avere un riferimento – e si viene colpiti dalla sporcizia (altro grande avversario durante il viaggio) e dalla povertà che si vede nelle periferie. Tuttavia ci si adatta piuttosto in fretta e già dopo poche ore si entra in uno stato di accettazione: è questo il momento in cui si aprono gli occhi sul vero Nepal. Un paese con un popolo mite e incline al sorriso, ricco di tesori artistici e di bambini che giocano per strada, senza possedere nulla se non la propria fantasia, un aquilone e tanta gioia di vivere.

Visitiamo Bakhtapur – città medievale ormai inglobata nel tessuto urbano di Kathmandu – e ci perdiamo per le sue viuzze. Qua la presenza di turisti è più frequente, ma è sufficiente svoltare un angolo per ritrovarsi stranieri in terra straniera. I danni del terremoto sono visibili, ma è altrettanto facile constatare la resilienza dei nepalesi. Loro, mattone dopo mattone, ricostruiscono, lenti e inesorabili.

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Visitiamo così templi meravigliosi e imponenti come Nyatapola e ci riempiamo gli occhi con la complessità degli intagli lignei in stile Newari, che orna case private e strutture religiose.

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Ecco il tempio di Nyatapola

In mezzo a tutto questo, la vita dei nepalesi si svolge con serenità, senza affanni dovuti al caos cittadino. Ci sono botteghe ovunque, mucchi di riso steso a terra ad asciugare, panni colorati appesi a fili che attraversano i giardini e persone che pregano davanti agli onnipresenti altari degli Dei.

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Quello della religione è un aspetto pervasivo della cultura induista Nepalese: si ha la percezione della presenza del divino nella vita di tutti i giorni. Le offerte e le benedizioni sono parte integrante dalla quotidianità, senza alcuna ansia o tensione. I templi sono visitati con la stessa gioia e semplicità con la quale si va a trovare un parente stretto.

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Come ci avventuriamo nella valle di Kathmandu – scarrozzati dal nostro autista, elemento fondamentale per visitare il Nepal – si scopre un’altra realtà, fatta di lavoro nei campi e di risaie sterminate. Per arrivare ai diversi templi, come gli incantevoli Changu Narayan o Varja Yogini a Shanku, si attraversano le campagne e si fanno lunghi tratti a piedi.

Mettendo a confronto la vita nelle campagne con quella della periferia di Kathmandu, si comprende la differenza tra povertà e miseria. Le persone qui lavorano nei campi, chini e col sorriso sulle labbra, in mezzo agli animali da cortile che girano indisturbati. Il rispetto per la vita è un altro aspetto che colpisce del popolo nepalese. Non è raro vedere branchi di cani randagi stesi in mezzo alla strada, indisturbati. Con un traffico simile ci si aspetterebbe vere e proprie stragi, eppure in due settimane ho visto un solo animale asfaltato. Il traffico fluisce attorno agli esseri viventi, siano essi uomini, mucche, cani o oche: un colpetto di clacson e si va avanti. È la filosofia del vivi e lascia vivere espressa ai massimi livelli. La dimensione stessa del sacrificio animale, soprattutto durante le festività religiose, assume una dignità e un peso diversi: le bestie sono ben trattate, gli animali vivono sempre al pascolo e in uno stato di libera proprietà. Alla fine del sacrificio, nulla viene gettato: sangue, carne e pelle vengono riutilizzati. I macelli e gli allevamenti occidentali non offrono un briciolo della dignità di cui godono gli animali in Nepal.

Dall’altopiano di Kathmandu ci spostiamo verso il parco naturale del Chitwan, nella regione del Terai: un viaggio di 170km che porta via più di sei ore sulla strada dissestata che loro chiamano highway e che ogni anno dev’essere pressoché ricostruita dopo il passaggio dei monsoni.

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Nel Terai la popolazione è di etnia Tharu, e si respira un’aria molto più indiana. Il turismo garantisce migliori condizioni e maggior ricchezza per tutti. In due giorni ci riempiamo gli occhi di rinoceronti ed elefanti, passeggiamo nella giungla e facciamo intima conoscenza col bacio delle sanguisughe. Dalle attività in canoa, al jeep-safari, le proposte sono studiate a tavolino per gli occidentali, ma l’esperienza rimane formidabile.

Giunge così il momento dell’esperienza cardine di questo viaggio: il trekking ai piedi dell’Annapurna. Un percorso lungo 45km su 6500 metri di dislivello, che ci ha spezzato le gambe e riempito il cuore. La presenza di occidentali è fitta e i villaggi lungo il percorso hanno sviluppato vere e proprie economie sull’ospitalità ai trekkers (e qualche volta se ne approfittano pure). Attraversiamo paesaggi mozzafiato, foreste di rododendri umide, profonde, magiche, in cui si stende un sentiero lastricato di gradoni in pietra costruito da una volontà non-umana. È un’esperienza impegnativa e un toccasana per lo spirito. Quando giungiamo infine a Poon Hill, per ammirare lo spettacolo dell’alba che tinge di rosa le vette dell’Annapurna, tutta la fatica svanisce per lasciare spazio allo stupore: nonostante la presenza di altri 300 trekkers al nostro fianco, ci si sente minuscoli di fronte quell’antico dio di pietra che sfiora il cielo.

annapurna viaggio in nepal

Il viaggio volge così alla fine: gli ultimi giorni li passiamo nel caos cittadino di Kathmandu, tra negozi per turisti, mendicanti, mercati colorati e templi gremiti di pellegrini. Salutiamo la città dopo aver visitato il complesso di Pashupatinath, dove si svolgono i funerali e il fumo delle pire funebri riempie l’aria coon il rimpianto di aver visto così poco, ma grati per aver vissuto così tanto in sole due settimane.

Testo, foto ed esperienza di viaggio sono di Alberto Della Rossa, amico di vecchia data e che ringraziamo di cuore per aver condiviso con noi un pezzettino di questa straordinaria avventura. Se volete conoscerlo andate a curiosare su Lo Smilodonte e ne leggerete delle belle!

Il Nepal resta una delle mete del cuore… far trekking lassù è una delle 100 cose da fare prima di morire e prima o poi ce la faremo!

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Ero una single convinta e giramondo, poi ho incontrato un Rospo ... e ho fatto spazio nel trolley! Ora siamo la Famiglia Rospi! Cosa amo di più (miei ometti a parte)? Viaggi, Avventure e Outdoor!