Il caffè di Mandawa con Giancarlo Pagliero

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L’incontro virtuale con Giancarlo Pagliero è avvenuto su Libero anni fa.

Sono rimasta immediatamente colpita dalla solida esperienza, preparazione e passione con cui organizza, propone e accompagna viaggiatori curiosi in terre lontane. E un viaggio in sua compagnia è nella mia testa da un po’.

Per il caffè di oggi, Giancarlo ci porta in India.

Preparate lo zaino, con questa intervista partiamo per un viaggio.

Un caffè a…

Mandawa, nel Rajasthan, in India

Perché la scelta di questo caffè, tra tutti i caffè bevuti nel mondo? Cosa ti ha ispirato questo posto e perché ti è rimasto nel cuore?

Il caffè che si beve a Mandawa è solubile, un Nescafé, diciamo. Non ci sono bar che ti servano l’espresso in quel posto, non per ora, almeno. Sono arrivato a Mandawa per la prima volta circa trent’anni fa, con il mio zaino in spalla e il sacco a pelo. L’ultima cosa di cui mi preoccupavo allora era dove avrei dormito e cosa avrei mangiato. Per lavarmi andava benissimo l’acqua fredda e una fontana qualunque per strada. All’epoca a Mandawa arrivavano pochissimi turisti. Anche adesso, a dire il vero, non ne arrivano molti, se si escludono coloro che si fermano una notte e via. Mandawa è un cittadina piccolissima, alle porte del deserto del Thar, abbastanza nota per le sue “haveli”, le residenze locali che testimoniano la ricchezza dei commercianti indiani del passato, le cui pareti sono completamente affrescate. Ma la città mi ha sempre attratto per altri motivi. E’ un posto speciale dove, se ne hai voglia, puoi apprendere molto del mondo e della vita. Non ci sono negozi, se si escludono le solite botteghe dove si vende di tutto, così tipiche dell’India. Non ci sono divertimenti di alcun tipo, non ci sono ristoranti, tranne quelli dei due o tre hotel che hanno costruito negli ultimi anni,in periferia, non ci sono posti per fare shopping, c’è un’unica via centrale dove scorre da mattina a sera un’umanità variopinta e fantastica. Tu ti siedi al tavolino di plastica di uno dei tanti posti dove servono thè o nescafé e guardi. E mentre guardi pensi. Pensi all’India, alla sua gente, alla loro vita, pensi alla tua di vita. E mentre pensi puoi decidere di fare qualcosa oltre a limitarti a guardare. Puoi decidere di fare qualcosa per le decine di mendicanti bambini che brulicano per le stradine della città, qualcosa che vada al di là della semplice elemosina, qualcosa che prima di tutto deve accadere nella tua testa. Puoi decidere più semplicemente che d’ora in poi incomincerai la tua giornata con un sorriso grato o che t’impegnerai sul serio per risolvere i tuoi problemi. Puoi incominciare a vedere la tua vita sotto una luce diversa, per esempio. Sono stato a Mandawa un sacco di volte, non saprei nemmeno dire quante, ma ogni volta che ci vado mi sento sempre a mio agio, come se fossi a casa mia. Ho subito amato tutto di Mandawa: i suoi colori accesi, i suoi profumi intensi, i suoi fetori, la cadenza modulata della lingua, le persone, la loro miseria insopportabile. Ho un sacco di amici a Mandawa. Anche quando ci vado con i miei turisti faccio in modo di ricavarmi un momento tutto per me. E di bere quel caffè nel baretto sudicio dai tavolini di plastica, magari in compagnia di qualche amico. In quei momenti, a volte, tutte le mie convinzioni sul pianeta India vengono ribaltate. Ed è proprio qui che sta il bello: ricominciare ogni volta e mettersi continuamente in discussione.

Cos’è per te il caffè? E cos’è per te il caffè quando viaggi?

E’ un momento di socializzazione. Sono un gran chiacchierone, mi piace parlare e lo faccio volentieri con tutti, anche con chi non conosco per niente. Credo dipenda dal fatto di essere stato molto timido in passato, da bambino e da adolescente. Probabilmente il motivo è questo. Bere un caffè e chiacchierare al bancone di un bar non significa necessariamente conoscere persone nuove o instaurare vere e proprie amicizie che ovviamente sono tutt’altra cosa. E’ piuttosto una specie di solidarietà di fronte alla vita, specialmente quando, ad esempio, sei alla stazione e attendi un treno la mattina presto, d’ inverno. Capita che qualcuno mi guardi strano, ma la maggior parte delle volte la gente risponde volentieri alle mie parole. Tuttavia il caffè migliore è quello che prendo la mattina con mia madre, quando vado a trovarla in Piemonte, e mi sveglio nella casa dove ho vissuto quando ero un ragazzo, nella città dove sono nato. E’ il momento delle parole sussurrate e dei racconti antichi, quando fuori la città si sveglia appena.
Quando viaggio il caffè diventa invece una pausa che mi prendo dal lavoro, quando sono in viaggio per lavoro. In questo caso, essendo una pausa, voglio berlo in rigorosa solitudine.

L’Espresso è italiano per eccellenza e tu hai viaggiato quasi in tutti i continenti. Che aspettative hai in particolare sul caffè e sulle abitudini culinarie del paese che stai visitando?

Pur avendo le mie preferenze posso bere qualunque tipo di caffè ci sia a disposizione al mondo. Non ho particolari aspettative. Certo, molto dipende dal posto in cui mi trovo. Al Waldrof Astoria di New York mi aspetto che l’espresso sia perfetto, nonostante sia consapevole di trovarmi in un Paese dove il caffè è uno dei peggiori del pianeta. Tuttavia è raro che mi trovi al Waldrof Astoria così tanto spesso, dal momento che, per via del mio lavoro, frequento soprattutto Asia, Africa e Medio Oriente. Il caffè turco mi piace molto. Mi piace il rito della preparazione, il bricco in rame che va sul fuoco, la polvere di caffè che si mescola allo zucchero e all’acqua, il liquido scuro che bolle lentamente, l’attesa, il caffè forte e spesso che cola nella tazzina, l’attenzione che devi porre per evitare che l’ultimo sorso sia fatto di un fondo sabbioso che t’impasta la bocca e nient’altro. E’ un caffè che allena la pazienza quello turco. La pazienza e l’attenzione. Per quel che riguarda il cibo sono convinto che la conoscenza dei popoli passi anche attraverso la loro cucina. Non sono un fanatico del cibo, nel senso che se devo scegliere fra una serata a teatro, al cinema o in un ristorante, il ristorante viene sicuramente per ultimo. Tuttavia mi piace scoprire nuove pietanze, nuovi accostamenti e combinazioni. La mia cucina preferita è quella cinese, quella che si gusta in Cina, quella autentica. Quando mi trovo a Shanghai le mie aspettative sono sicuramente altissime, ma raramente vengono deluse. Parlando di cibo ho un’altra incontrollabile passione: il cibo di strada degli Stati Uniti, quello che chiamano anche junky food. Hot dog, kebab, patatine, quelle fritte in venti litri d’olio, pan cakes, pop corn, tutte quelle porcherie insomma, quelle che solo gli americani sono capaci di fare. Lo so che sono dannosissime alla salute, ma non me ne importa niente.

Quando hai iniziato a viaggiare e come ti sei appassionato ai viaggi?

Prima fu Londra, negli anni Settanta. Per quelli della mia generazione Londra significava libertà, quella che non avevamo o non pensavamo di avere a casa nostra. Era un luogo magico la Londra dei nostri tempi. Ci andavo in treno, con la scusa di migliorare l’inglese con dei corsi mirati in qualche scuola locale, con i soldi racimolati durante l’inverno impartendo lezioni private agli studenti meno dotati, poi l’inglese finivo per parlarlo soprattutto per la strada e con la gente del posto, il modo migliore, credo, per impararlo davvero. Londra era il centro del mondo. Ho dei bellissimi ricordi legati a certe persone e a certe situazioni. Ricordo Hiroko, l’amica giapponese che giunse nella casa che ci ospitava con un vocabolario costituito da tre sole parole pronunciate malissimo, timidissima e sempre sul punto di piangere, oggi Vice Presidente della Sanyo. Amin, un siriano simpatico e religiosissimo con cui divisi il letto per parecchio tempo ( avevamo un solo letto per cui, a turni, uno dormiva sul letto e l’altro su di un pagliericcio buttato sul pavimento ). Samyra, un’iraniana bellissima e conturbante che fumava lunghissime sigarette da un bocchino d’avorio che reggeva fra le sue dita affusolate, alla quale il regime degli ayhathollah aveva sterminato la famiglia intera; lei fuggita da Theran saldata all’interno di un serbatoio di un camion attraverso la Turchia e giunta a Londra quasi per caso. Si andava nei pub la sera, ci si stipava in locali fumosi e presumibilmente alternativi, si trascorrevano le notti a parlare dei sogni e della vita. Le Marlboro rosse che si consumavano frettolosamente fra le nostre dita. Eravamo bramosi di novità, d’aria fresca, pura, pulita, di aria diversa da quella stagnante e asfittica che si respirava a casa nostra. Poi vennero gli anni dell’Inter Rail, 70 mila lire e la prospettiva irrinunciabile di girare l’Europa intera, da nord a sud, da est a ovest, Si visitavano i posti di giorno e si viaggiava la notte. Chilometri e chilometri trascorsi a parlare col mondo, mentre il treno ci portava alla scoperta di posti nuovi e di nuove persone. Ricordo che un notte su di un treno diretto a Barcellona, con la mia amica Monica, incontrammo per caso un ragazzo tedesco con il quale su due piedi decidemmo di dividere una camera per risparmiare. Trascorremmo un bel po’ di notti a dormire tutti e tre su di un grande letto in una pensioncina da quattro soldi come tre vecchi amici. Una cosa del genere oggi sarebbe impensabile, eppure allora non ci sfiorava neppure il pensiero che l’amico appena conosciuto potesse derubarci o farci del male. Eravamo così. Avevamo una fiducia immensa negli altri e nel futuro, anche se nessuno di noi sapeva quale e come sarebbe stato quel futuro. Oggi, che mi trovo a metà strada esatta fra la mia passata gioventù e la mia prossima vecchiaia, guardo con una certa nostalgia a quei giorni trascorsi. Non ho particolari rimpianti, ma qualche nostalgia quella sì .Così imparai a viaggiare e imparai la passione per le persone, per la loro storia e la loro cultura.

Come sei diventato una guida turistica?

Ho scelto questo lavoro soltanto perché mi avrebbe portato a conoscere la gente e il mondo e quindi la genti del mondo. Non ho mai pensato alla paga che avrei percepito. A dire il vero non avevo neppure la minima idea di quanto venisse pagato un accompagnatore turistico o una guida, né se ci sarei campato facendo questo mestiere. Appartengo a quella generazione che si è nutrita di ideali, di politica e di parole, soprattutto d’ ideali. Volevo conoscere il mondo davvero, non solo vederlo. Volevo calarmici dentro e confrontarmi. Ancora oggi la vedo così. Appartengo a quella categoria di persone che pensano che una felicità non condivisa non sia altro che una felicità a metà. Non mi è mai bastato guardare dal di fuori, ho sempre voluto partecipare. E capire soprattutto. Capire come funziona il meccanismo per cui la stragrande maggioranza delle genti del pianeta, per esempio, patissero la fame, la sete, la guerra, l’umiliazione, la malattia, il degrado, mentre pochissimi altri, al contrario, trascorressero la totalità della loro vita negli agi e nell’inconsapevolezza. Volevo capire se ci fosse un rimedio a questa tremenda ingiustizia. Volevo capire se e in quale modo le religioni potessero condizionare la vita delle persone, essere causa di guerre sanguinose, stravolgere la storia di interi Paesi. Volevo capire se ci fosse un posto al mondo dove sarebbe stato possibile costruire una pace vera, duratura, plausibile, una pace infinta. Volevo mettere alla prova me stesso, fra le altre cose. Ho anche avuto la fortuna d’incontrare delle persone che mi hanno insegnato tanto, anche dal punto di vista professionale. A volte dico che cambierei mestiere. Lo dico quando torno stanco e affaticato da un lungo viaggio di lavoro, con la schiena a pezzi e la voce rauca, ma so che in fondo non è vero.

Come vedi il settore turistico nei prossimi 10 anni con l’avvento del web ?Sicuramente il web ha già rivoluzionato il mondo del turismo. Le persone vanno in agenzia solo quando si tratta di acquistare viaggi più complessi, per il resto si gestiscono spostamenti e soggiorni per conto loro su internet. Credo che l’agente di viaggio debba trasformarsi da mero venditore a consulente, cosa che già sta accadendo in molti Paesi europei e da qualche parte anche in Italia. Sono passati da un pezzo i tempi in cui, come accadeva spesso negli anni ’80 e ’90, i ragazzini aprivano un’agenzia di viaggo con i soldi della liquidazione di papà solo perchè amavano viaggiare. Oggi, e per fortuna, nel mondo del turismo ci sono tanti professionisti veri. Ci sono tanti giovani che hanno tante idee e tanta volontà. Il web è sicuramente utile per confrontare itinerari e modalità di viaggio, ma non credo che possa mai sostituire l’esperienza e il contatto con un professionista in carne ed ossa. Il web cambierà soprattutto le modalità di prenotazione e solo i più preparati e intraprendenti continueranno a lavorare.

Per conoscerlo, viaggiare con lui e seguirlo nel mondo www.giancarlopagliero.it

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Ero una single convinta e giramondo, poi ho incontrato un Rospo … e ho fatto spazio nel trolley!
Ora siamo la Famiglia Rospi!
Cosa amo di più (miei ometti a parte)? Viaggi, Avventure e Outdoor!